“La crudeltà dei deboli” – La mia nuova raccolta poetica

PRESENTAZIONE ALLO SPECCHIO

Sono passati ormai cinque anni dall’ultima volta che una mia raccolta poetica ha visto le stampe.
Non nascondo che, in un periodo così lungo, la tentazione di smettere con la scrittura mi sia passata per la mente più volte.
Non c’entrava nulla con il disamore per la parola.
Semplicemente non ritenevo di avere più nulla da dire.
Poi ho capito che la poesia, spogliata dal suo abito romantico, può essere anche un codice linguistico con cui spiegare la storia.
E questo non deve far pensare ad un verso poetico posto in subordine ai contenuti, anzi.
La poesia viene eletta a voce narrante, rappresenta la sensibilità e la personalità con cui si esprime la propria visione per le cose.

Di cosa parla “La crudeltà dei deboli”?
Il libro nasce con l’intento di invitare il lettore alla riflessione su tematiche rimaste ai margini della storia, in una sorta di cono d’ombra silenzioso.
Attraverso i suoi testi, la raccolta ci riporta nella Germania degli anni ’30 per raccontarci, mediante fatti documentati, quanto la scienza, la letteratura e il cinema abbiano influito nel creare i presupposti per l’ascesa del nazismo, anestetizzando il popolo tedesco di fronte al dilagare della violenza.
Gli zoo umani, il primo film sull’eutanasia, le cliniche maternità per inseguire l’utopia di una razza pura e il progetto “Aktion T4”, che sterminò migliaia di disabili e malati di mente, sono soltanto alcune delle tematiche affrontate.

Come sono arrivato a trattare proprio questo argomento?
Diciamo un po’ per caso, mentre stavo studiando la vita di un personaggio nato intorno agli anni venti.
Sì, perché inizialmente avevo in testa un altro progetto.
Ma poi si è materializzato davanti alla mia faccia tutto questo e non ho più potuto fare a meno di ascoltare quanto aveva da dirmi.

Chi sono i “deboli”?
I deboli rappresentano quelle persone sulle quali la storia fa ricadere una colpa “politica” (per aver permesso al nazismo di governare la Germania) , una colpa “morale” (chi ha commesso crimini, seppur con l’attenuante della coercizione, ma che era ben consapevole di essere in errore) e, soprattutto, una colpa “metafisica” (tutti quelli che hanno tollerato ingiustizie e malvagità contro altri essere umani, senza provare a fare nulla).
E credetemi, è imbarazzante quanto attuale rimanga sempre quest’ultimo aspetto della colpa.
Se, nel quotidiano, dovessimo sottoporre la nostra coscienza ad un’esame critico e costante ne usciremmo davvero malconci.
È questo il motivo per cui nel libro ho utilizzato la seconda persona singolare.
L’interlocutore privilegiato è direttamente il lettore e l’intento è quello di scaturire in lui delle domande.

Cosa mi aspetto dalla pubblicazione?
Esattamente quello che ho scritto nella premessa del volume, cioè consegnare a chi legge uno strumento capace di scuoterne l’animo, invitandolo ad assumere una posizione responsabile sulle tematiche e stimolandolo a promuovere una propria rielaborazione critica e storica dei fatti. Perché non è importante soltanto ricordare, ma è necessario soprattutto riconoscersi in quell’umanità che ha saputo annichilire parte di sé stessa, affinché ciò che è stato non possa più ripetersi.

E ora, un paio di testi direttamente da “La crudeltà dei deboli” (Ed. La Vita Felice, 2017 – Euro 10,00)

Jardin Zoologique d’acclimatation (*)

Eccolo, è proprio quello l’attimo
l’attimolampo in cui, nella ruota che fa
lungo, lunghissimo il secondo
avviene un’insondabile consegna:
lo spazio è muto, là dove più fisso risulta
dell’occhio il suo perno e la pupilla brilla
nel proprio fondo, nella propria distanza
tra luce pirotecnica e buio di catena.

Tu te ne stai con la tua manina stretta stretta
la gonna di una madre Belle Époque e la bocca
filata di zucchero, senza fame, dopo il capriccio
dei piedi puntati e la vittoria prima del pianto,
ma qualcosa è accaduto, qualcosa ora preme
non più combacia con la vita cucita addosso,
come fosse un ronzio, un’acuta interferenza
che già disturba, disturba e fa domande.

Quei pochi anni che, oltre le sbarre, ti stanno
adesso allagando lo sguardo con il loro,
ti chiedono lo sforzo di vederci un bambino
e un nome, un nome da chiamare nella corsa
se fossero giochi, se fosse soltanto innocenza
perché non sia umano di nuovo il bottino,
il trofeo esibito nei secoli barbari di Roma,
la schiavitù così nella voce pronunciata.

E chissà cosa risponderai tu, a quegli occhi
chissà se in quel travaso d’infanzie capirai
un giorno la dignità perduta nella gabbia
e quanto sconfinato sia il suo abominio.
Chissà cosa risponderai, bambino bianco
di Parigi, il biglietto dello zoo fra le dita
e quel dubbio, quel dubbio che ti assale
che le bestie siano fuori, siano altre.

 

(*) Fu uno dei più importanti e aberranti “zoo umani” del mondo. Voluto nel 1877 da Isidore Geoffroy Saint-Hilaire, la struttura vide beduini, pigmei e altre etnie ritenute l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia, tenute in gabbia come animali per attrarre il pubblico ludibrio. Lo zoo rimase aperto fino al 1931, contando milioni di visitatori.

Matite (**)

È come per il tramite bieco di un sequestro
questo interminato spossessamento di vita,
un ordine ripugnante e schierato fra le tempie
che nella misura uguale a un oggetto, toglie
dalle case per non vedere, per non restituire.

Lo chiamano “trattamento” e tu sei presente,
sei presente e comprendi quanto poco valga
-se non per un colore o un tratto di grafite-
il respiro di un altro, quel destino in presagio
scritto sopra il foglio, quanto un capolinea.

Osservi il suo indice, la sua scelta senza cura,
i nomi legati per catena, divisi nella diagnosi
che dice “idiotismo”, che dice “idrocefalia”,
sono scorie, tutte scorie di uteri senza appello
sono un elenco-patibolo a cui mettere il sigillo.

Nessuna visita, nessuna perdita di tempo, niente
di niente che non sia un modulo di registrazione,
così nel segno rosso si muore, nel blu si scampa
quasi quanto un giudizio dato per corrispondenza,
quasi bastassero un paio di matite per essere dio.

E tu ripeti “sono un’infermiera, soltanto un’infermiera”
a quello specchio che la sera ti strucca, rotati i cardini
dalle tarde ore di ambulatorio, quanto un perdono
in richiesta, una privata indulgenza da confessionale,
come se mai nell’obbedienza potesse esserci una colpa.

 

(**) Il dottor Brandt, medico personale di Hitler, fu uno dei cinque componenti del “Comitato per la registrazione scientifica di gravi disturbi ereditari”. Era però una sorta di comitato fantasma, che per indirizzo aveva un’anonima casella postale e che utilizzava nomi in codice. Il compito di questo gruppo di medici era quello di catalogare tutti i neonati affetti da importanti patologie, in base al flusso di dati che giungeva loro dal ministero dell’Interno e dalla direzione sanitaria. Ogni membro di tale comitato era chiamato a esprimere la propria opinione circa l’opportunità di sottoporre i bambini al “trattamento” (l’equivalente della soppressione), mediante l’apposizione, vicino al nome di ogni segnalato, di un simbolo + con la matita rossa (o un – con la matita blu, per la loro esclusione). All’atto pratico, queste decisioni venivano spesso prese senza aver effettuato alcuna visita medica.

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  • La prima recensione è una nota di lettura scritta da Rita Pacilio e apparsa sull’interessante blog di Salvatore SblandoLarosainpiu“. Grazie ad entrambi, gentilissimi!! (leggi)

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