Foster Wallace non passa mai di moda… anzi…
“Personalmente, credo che questo sia veramente un buon momento per un giovane che voglia cominciare a scrivere narrativa. Ho degli amici che non sono d’accordo. Al giorno d’oggi la narrativa di qualità e la poesia sono emarginate. È un errore in cui cadono parecchi dei miei amici, questa vecchia idea secondo cui «Il pubblico è stupido. Il pubblico vuole andare in profondità solo fino a un certo punto. Poveri noi, siamo emarginati perché la tv, la grande ipnotizzatrice… bla bla bla». Ci si può mettere seduti in un cantuccio e piangersi addosso quanto si vuole. Ma è una stronzata. Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente. E un possibile motivo è che la gente a cui si rivolge sia diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra una spiegazione troppo semplice.

Se uno scrittore si rassegna all’idea che il pubblico sia troppo stupido, ad aspettarlo ci sono due trappole. Una è la trappola dell’avanguardismo: si fa l’idea che sta scrivendo per altri scrittori, perciò non si preoccupa di rendersi accessibile o affrontare questioni di ampia rilevanza. Si preoccupa di far sì che ciò che scrive sia strutturalmente e tecnicamente all’avanguardia: involuto nei punti giusti, ricco di appropriati riferimenti intertestuali… L’opera deve sprizzare intelligenza. Ma all’autore non importa nulla se sta comunicando o meno con un lettore a cui freghi qualcosa di quella stretta allo stomaco che è poi il motivo principale per cui leggiamo. Sul fronte opposto ci sono opere volgari, ciniche, commerciali, realizzate secondo formule prestabilite -essenzialmente, il corrispondente letterario della tv- che manipolano il lettore, che presentano il materiale grottescamente semplificato con uno stile avvincente perché infantile.
La cosa strana è che questi due fronti sono in lotta fra loro, ma hanno un’origine comune, che è il disprezzo per il lettore: l’idea che l’attuale emarginazione della letteratura sia colpa del lettore. Il progetto che vale la pena di portare avanti è invece quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla, ma che nel fare questo provochi anche piacere nella lettura. Il lettore deve sentire che qualcuno sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose.

In parte, tutto questo ha a che fare col fatto che viviamo in un’epoca in cui abbiamo a disposizione una quantità enorme di puro intrattenimento, e bisogna capire come può la letteratura ricavarsi un suo spazio in un’epoca di questo tipo. Si può provare ad affrontare il problema di cosa sia a rendere magica la letteratura in maniera diversa dalle altre forme di arte e spettacolo. E a capire in che modo la narrativa possa ancora affascinare un lettore la cui sensibilità è stata in massima parte formata dalla cultura pop, senza diventare un’ulteriore palata di merda fra gli ingranaggi della cultura pop. È qualcosa di incredibilmente difficile, sconcertante e spaventoso, ma è un bel compito. C’è una quantità enorme di intrattenimento di massa ben realizzato e ben confezionato: credo che nessun’altra generazione prima di noi si sia trovata a fronteggiare una cosa del genere. Essere uno scrittore oggi significa questo. Credo che sia il momento migliore per essere al mondo e forse il miglior momento possibile per fare lo scrittore. Certo, dubito sia il più facile.”
(tratto da «An Interview with David Foster Wallace», Review of Contemporary Fiction, vol. XIII, n.2, estate 1993 – traduzione a cura di Martina Testa)
Come negli occhi, così nel cuore…
È stato bello incontrarti, Alda. Poterti parlare, vedere la tua casa. Anche se solo per pochi minuti. Non so se un giorno o l’altro abbandonerò la poesia e zapperò la terra per avere maggiori soddisfazioni (come mi dicevi, scherzando), ma di sicuro guarderò alla Luna. Con il tuo sorriso accanto.
Da “Satisfiction” del 31/08/2009
Quoto per voi un articolo di Gian Paolo Serino apparso sul sito della rivista letteraria on-line “Satisfiction“, sperando che susciti in voi qualche opinione…
IL SEGRETO DI SCRIVERE? PROVARE AD IMPICCARSI. PAROLA DI ERNEST HEMINGWAY
Da Dorothy Parker a Ernest Hemingway, da Truman Capote a Saul Bellow, da Thomas Eliot a Kurt Vonnegut e James Cain: sono solo alcuni degli scrittori che possiamo trovare nel primo volume di The Paris Review, la storica rivista letteraria francese fondata nel 1953 a Parigi e che in più di 50 anni di storia ha pubblicato interviste e racconti dei massimi autori del ‘900. A mandare in libreria la raccolta – ne seguiranno altre tre dedicate alle interviste e altre quattro antologiche- è Fandango Libri (pagg. 510, euro 22) in un’opera che negli Stati Uniti ha raccolto il plauso di scrittori ed intellettuali e soprattutto l’interesse dei lettori affascinati da una rivista che ha cambiato la storia della letteratura e del giornalismo culturale. Sin dal primo numero che, più di 50 anni fa, riuscì a comprendere come l’unico modo per fare vera cultura fosse di rompere con l’accademismo delle altre pubblicazioni letterarie. Come già si ha modo di comprendere dall’editoriale apparso sul primo numero, firmato dallo scrittore americano William Styron: “Oggi le riviste letterarie sembrano essere sul punto di sopprimere la letteratura, e non con il randello del filisteo, ma piuttosto soffocandola sotto il peso della chiacchiera colta”.
Il risultato, come sottolinea l’attuale direttore Philip Gourevitch, è entrare nelle case degli scrittori “prima che l’industria editoriale scoprisse il concetto di tornéè del libro, prima che le apparizioni televisive e radiofoniche diventassero la speranza di ogni aspirante scrittore di sonetti. Si può essere un autore estremamente famoso, con un vasto pubblico internazionale, senza essersi mai fatto sentire in un contesto diverso da quello dei propri libri”. Le interviste della Paris Review hanno contribuito a modificare questo modello: non a caso Hugh Hefner e Andy Warhol dichiareranno di essersi ispirati proprio al trimestrale francese per le loro riviste Playboy e Interview. E leggendo le interviste scelte per questo primo volume si comprende tutta la modernità di un approccio giornalistico che riesce ad andare oltre la maschera del personaggio letterario rivelando la natura più profonda e autentica degli scrittori. Tantissimi gli aneddoti, le curiosità, le dichiarazioni forti e quelle divertenti, che troverete in queste pagine. A cominciare dall’intervista a Dorothy Parker, nel suo appartamento di un albergo del centro di New York che condivideva con il suo barboncino bianco, che si lamenta del lavoro precario dello scrittore ai suoi tempi, era il 1956, e di come negli anni ’20 i romanzieri avessero una vita agiata e senza preoccupazioni. “Loro erano capaci di scovare storie e racconti, e buoni per giunta, in stati di frustrazione e ansia che nascevano da due milioni di dollari l’anno, non dal fatto di vivere in una soffitta. Perché vivere in una soffitta non aiuta certo, a meno che non si abbia la sensibilità di un Keats”. E la moda hollywoodiana di reclutare gli scrittori, come era stato il caso tra i tanti di Fitzgerald e Fante, era stata per la Parker l’inizio della fine della buona letteratura perché “il denaro di Hollywood non è denaro, ma neve ghiacciata che ti scioglie in mano”.

Divertente e ironica l’intervista del ’57 a Truman Capote. Come quando alla domanda “Legge molto?” risponde: “Troppo. E qualsiasi cosa, incluse le etichette, le ricette e le pubblicità. Ho una passione per i giornali- leggo tutti i quotidiani di New York. Quelli che non compro me li leggo davanti alle edicole (…). Anche se la mia vera ispirazione sarebbe scrivere dei trhiller: ne scriverei uno al giorno, come credo facciamno in molti oggi giorno”. Una dichiarazione quanto mai attuale oggi che esistono più giallisti che detenuti, più noiristi che delinquenti.
Soprendente anche Hemingway quando spiega, nel 1958, il suo volontario isolamento, dopo gli anni della “generazione perduta” parigina, e il suo preferire ai salotti e ai ritrovi letterari il confronto attraverso la corrispondenza epistolare. “Anche perché”, ammette, “quando ci si trova con persone dell’ambiente di solito si parla dei libri degli altri. Più è uno scrittore è bravo, meno parla di quello che ha scritto. Joyce era un grande scrittore e avrebbe spiegato i suoi libri soltanto agli idioti, perché, era convinto che quelli di cui aveva una buona considerazione fossero in grado di capirlo semplicemente leggendo i suoi libri”. E al giornalista che gli chiede quale sia la migliore preparazione intellettuale per un aspirante romanziere risponde: “Diciamo che dovrebbe uscire di casa e impiccarsi, dopo aver preso atto di quanto sia difficile scrivere bene, anzi forse quasi impossibile. Poi, tirato giù da qualcuno privo di compassione, il poveretto dovrebbe forzarsi a scrivere meglio che può, per tutta la vita. Ma almeno avrebbe la storia dell’impiccagione da cui cominciare”. Al vetriolo Saul Bellow quando dichiara di pensare a Hemingway “come a un uomo che ha costruito un significativo modello d’artista, uno stile di vita rappresentativo dello scrittore. Per la sua generazione, il suo linguaggio creò un ideale di condotta a cui certi vecchi signori patetici rimagono ancora incollati. Apprezzo più Fitzgerald, anche se spesso ho come la sensazione che non sapesse distinguere tra innocenza e scalata sociale”. Quasi unico Borges nel descrivere in poche righe cosa sia veramente la poesia: “L’intelligenza ha poco a che fare con la poesia. La poesia sgorga da qualcosa di più profondo; è al di là dell’intelligenza. Può darsi che non sia in rapporto con la saggezza. La poesia sta per conto suo; ha una natura sua propria. Indefinibile” (1967).
Dissacrante, anche se con passaggi biografici drammatici, l’intervista del 1977 a Kurt Vonnegut quando lo scrittore americano racconta come i suoi libri, oggi ritenuti capolavori della letteratura americana, fossero respinti dalle biblioteche di tutto il paese perché ritenuti osceni. “Ho visto lettere inviate a giornali di provincia che mettevano Mattatoio n 5 nella stessa categoria di riviste come Gola Profonda. Come fa uno a masturarsi davanti a Mattatoio n. 5?” E quando gli si chiede “come poter risollevare la deplorevole situazione della letteratura contemporanea” risponde: “Gli scrittori eccezionali non mancano. Quello che serve è una massa di scrittori fidati. Quindi propongo che venga richiesto a tutti i disoccupati di presentare una tesina con l’analisi di un testo narrativo al momento del ritiro dell’assegno di sussistenza”. Un’idea che non ha perso lo smalto del tempo e che non sarebbe male applicare in Italia.
Come tutt’altro che insensato è il consiglio di James Cain, l’autore tra gli altri di Il postino suona sempre due volte. Quando l’intervistatore gli domanda, nel 1978, come mai abbia esordito soltanto a 40 anni lo scrittore americano risponde: “Molti romanzieri hanno iniziato la loro carriera quand’erano già in là con gli anni – Conrad, Pirandello, perfino Mark Twain. Quando si è giovani vanno bene gli scacchi, la musica e la poesia. Ma la scrittura è un’altra faccenda. Si deve imparare a farlo ma non lo si può insegnare. Questa fesseria delle scuole di scrittura creativa alle università. Gli accademici non capiscono che l’unica cosa che si può fare per uno che voglia scrivere è comprargli una macchina da scrivere”. Un altro consiglio che risulterebbe prezioso anche da noi dove ad esistere, ormai, sembrano quasi solo gli esordienti.
Gian Paolo Serino (Il Giornale)
Photo by plicci
Ciao Fernanda… (18/07/1917 – 18/08/2009)
Sei stata la pagina più bella di un libro che continueremo a sfogliare e leggere per sempre…
Il corpo di te mi parla – part. II

… questo mio arrivarti
in lento sussurro
è l’ultimo approdo,
un naufragio meduseo,
dove la cartilagine
si arrotonda
e cuce un punto
che pare di domanda…
siamo divenuti come isole
senza più navi, forse
un arcipelago sotto embargo?
Il corpo di te mi parla – part. I

… e sono spine
morbide
le tue parole
che dentro alla
lingua
mi pugnalano
e mi rinascono…
Text by Luca
Photo by Valkiria P.
LUCA ARTIOLI INCONTRA CRISTIANO CAVINA
Continua la rassegna di interviste realizzate per la rubrica che conduco sul sito di Salottoletterario.
Questa volta, ho il piacere di presentarvi il mitico Cristiano Cavina, autore de “I frutti dimenticati” (Ed. Marcos y Marcos, 2008).
Eccovi un piccolo stralcio:

Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio (RA), nel 1974. Cresce con la mamma e i nonni materni in un quartiere di case popolari: traboccante di energia “catastrofica”, si sfianca sul campo di calcio, macina chilometri in bicicletta. Ma soprattutto ascolta. Gli piace infatti starsene seduto a sentire i racconti nei bar, sviluppando così una passione viscerale per le storie. I libri diventano presto la sua seconda dimora. Nel 2002 pubblica il primo romanzo, Alla grande, Premio Tondelli 2006, amato al punto da essere letto e messo in scena nei teatri e nelle scuole di tutta Italia e adottato da un intero paese del Piemonte nell’ambito dell’iniziativa “Volvera legge Alla grande: un libro in comune”. Con Nel paese di Tolintesàc (2005) piccolo grande bestseller felliniano, e Un’ultima stagione da esordienti, epica comica e commovente dell’adolescenza, Cavina si conferma una delle rivelazioni più sorprendenti della nuova narrativa italiana.
Lo incontriamo per Salotto Letterario proprio poche settimane dopo l’uscita del suo ultimo “I frutti dimenticati”, una piccola perla di dolce e, allo stesso tempo, malinconico romanticismo. Una di quelle storie, insomma, che sanno dove andare a parare, che non perdono l’orientamento tra le pagine, che attraccano senza esitazioni nel porto della nostra memoria. E li sostano. Per fare festa.
Allora, Cristiano. Cosa ti viene in mente se ti dicessi:
1. I FRUTTI DIMENTICATI
Ci tengo a sottolineare che l’espressione ‘frutti dimenticati’ è una invenzione del grande Tonino Guerra, poeta, scrittore e sceneggiatore romagnolo.
Da anni, è anche il nome della festa più importante del mio paese, Casola Valsenio, in provincia di Ravenna.
Da noi, c’è ancora chi si prende cura di questi frutti minori, dimenticati appunto, molto comuni ai tempi dei nostri nonni.
E così, vivendo da sempre in mezzo a pere volpine, cazzeruole, cornioli, prugnoli, giuggiole, mi è venuto da pensare che anche le persone a volte… (continua)
Dalla tribù di “Nazione Indiana”
IL NANO E LA BALLERINA
(di Andrea Cortellessa)

Sembra passato tanto tempo da quando ci s’invitava a non demonizzarlo, a liberarci dalla sua «ossessione». Si ricorderà come il dimissionario segretario del piddì, nella campagna elettorale destinata a sancirne il definitivo trionfo, si spinse sino a censurare il nome del «candidato dello schieramento avverso». Come se ogni censura non fosse in primo luogo una preterizione: presenza tanto più schiacciante quanto più rimossa. Un calco vuoto che s’è rivelato maschera funebre: pietra tombale su ogni residua ipotesi di poterglisi opporre.
La verità è che incredibilmente la «sinistra italiana» – o quanto ci ostiniamo a designare con quest’ossimoro storico – non ha ancora smesso di sottovalutare Berlusconi. Se i suoi fan lo idolatrano acriticamente, nostro compito storico è allora esercitare una critica dell’idolo, del feticcio-Berlusconi. Anzitutto prendendo atto che è la sua l’entità storica più rilevante degli ultimi sessant’anni, in Italia; e tra le più importanti in assoluto. Alla fine dello scorso secolo James G. Ballard ironizzava sul panico di cui erano preda i redattori di un magazine che vedeva trionfare, al referendum fra i lettori su chi fosse stato il più importante personaggio del Novecento, ovviamente Adolf Hitler. È un residuo di moralismo buonista (che sta passando di moda a una tale velocità, peraltro, da minacciare di farcelo presto rimpiangere) quello che sdegna cotali scale di grandezza – non dirò, ovviamente, «di valori».
Ma se alcuni fra i maggiori filosofi del secolo passato non hanno mancato di interrogare la figura demoniaca di Hitler, latita ancora un vero sforzo ermeneutico su cosa significhi (o, piuttosto, su cosa abissalmente si rifiuti di significare) Berlusconi. (Unica rilevante eccezione, poco prima del suicidio del 30 novembre 1994, il Debord dei Commentari.) Pesa ovviamente, in tal senso, la non trascurabile circostanza che Hitler è morto, e Berlusconi no. Il suo potere di intimidazione, tale da soddisfare la più abietta libido serviendi dei veti introiettati, è così evidente da non venir più neppure percepito. Non ci fa indignare neanche che la sola RAI mancasse, giorni fa, tra le reti televisive inviate a documentare il processo Mills. È sin troppo ovvio che sia così. Ma non suona casuale che il sempre antiretorico, mai apocalittico Marco Belpoliti includa fra i ringraziamenti di questo suo libro straordinario, Il corpo del capo, il direttore di Guanda Luigi Brioschi: il quale gli ha consentito di scriverlo, il libro, «con la serenità di sapere d’avere un editore che lo avrebbe stampato, cosa che di questi tempi non è scontata».
La prima cosa da dire è che questo saggio (nel quale hanno un rilievo assolutamente non marginale le ventuno fotografie che, per la sua gran parte, commenta) costituisce un primo importante passo in direzione del suesposto compito storico. Prima condizione per combattere Berlusconi – ossia per scongiurare che la sua figura si perpetui, in futuro, come paradigma politico dominante – è infatti capirlo. Anche se sforzarsi di farlo inevitabilmente ci porta ad avvicinarci, a lui, più di quanto saremmo disposti a fare: come nella topica del detective che s’identifica col serial killer. Solo in questo senso il libro di Belpoliti può assomigliare a quello che più lo ha anticipato – col suo stile, com’è ovvio, fisicamente istintivo quanto quello di Belpoliti è concettualmente analitico -: Il Duca di Mantova di Franco Cordelli (il quale ne ebbe in cambio, ricorda Belpoliti, una causa da Cesare Previti: recentemente vinta dallo scrittore, come egli stesso racconta – riproducendone le carte processuali – nell’Almanacco Guanda sul Romanzo della politica curato da Ranieri Polese). Insieme alle analisi mediologiche della scuola di Alberto Abruzzese e all’acume giornalistico di Filippo Ceccarelli, è del resto proprio il «romanzo-conversazione» di Cordelli a costituire pressoché l’unica fonte italiana di una bibliografia – come sempre, in Belpoliti – d’invidiabile densità interdisciplinare.
Una delle intuizioni del Duca di Mantova di Cordelli (che, sin dalla scelta del titolo verdiano, iscrive questa storia italiana all’insegna del melodramma, quanto allo stile, e della seduzione proterva, quanto al contenuto) è che appunto la seduzione esercitata da Berlusconi sui suoi elettori-sudditi sia di natura fondamentalmente sessuale. Proprio il Berlusconi machista e dongiovanni (in omaggio, del resto, a una sin troppo ovvia vulgata psicanalitica) farebbe leva, in realtà, su una propria segreta componente androgina. Il volto risolutamente glabro, l’ossessione per la capigliatura e in generale per il corpo, la struttura delle pose con le quali ha sempre studiato di proporsi, lo sguardo che rivolge in camera restando, tuttavia, sempre sfuggente (sono, le prime del libro, le pagine più suggestive di Belpoliti: che compie il miracolo di tradurre in acuminata filosofia politica, ma anche in una specie di raggelante satira di costume, tutte le tradizioni di pensiero sull’immagine: da Barthes alla Sontag, da Baudrillard a Morin, passando per le intuizioni di Calvino e Pasolini), mostrano un Berlusconi che con noi, in effetti, non ha mai smesso di civettare. Nella classica analisi di Georg Simmel (il pc si ostina a tradurlo in «Rimmel»…), cioè, «lo sguardo con la coda dell’occhio, il capo voltato a metà [...] un allontanarsi che al tempo stesso è collegato a un concedersi furtivamente».
È quanto mostra, con evidenza appunto icastica, l’immagine qui riprodotta. Berlusconi è ritratto mentre raccoglie l’ovazione dei suoi, a una convention di Forza Italia. Il passo nel quale lo scatto di Giorgio Lotti lo ha immobilizzato – punctum della foto, la postura dei piedi – è quello col quale l’étoile del balletto offre il proprio corpo glorioso all’abbraccio della folla entusiasta. «Un ammiccamento, un gesto di una civetteria inusuale, ma anche un chiaro messaggio di natura sessuale». E del resto lo stesso Berlusconi una volta ha osato dichiarare: «subito dopo la partita dello scudetto del 1988, un tifoso vede la mia macchina, mi riconosce, si pianta davanti al cofano e grida: “Silvioooo, Silvioooo: sei una gran bella figa!” [...] È stato il complimento più bello della mia vita».
Ma la parte più emozionante del libro è l’ultima. Qui si fa strada – dopo i visual studies e la body history mutuata da Sergio Luzzatto – un’altra costellazione di pensiero. E anche la scrittura di Belpoliti cambia. Da analitica, s’è detto, quasi gelidamente connotativa (la solo apparente indifferenza dei phares Baudrillard e Warhol), s’innerva di torsioni che non gli sono abituali: per spingersi a toccare il vero tabù, il limite indicibile della mirabile e orrorosa ventura che condensiamo nel nome-mana di Berlusconi. La sua morte, cioè. Fantasmatizzata da molti, sempre scongiurata dal diretto interessato. Anche le sue ultime esternazioni, improntate a un ineffabile humour noir surrealista – Eluana Englaro capace di partorire, i desaparecidos in gita -, a ben vedere mirano a un unico scopo: allontanare da sé l’idea della morte. Venuto meno, come ci ha mostrato Zygmunt Bauman, il pensiero della morte individuale come limite (termine che circoscrive l’esistenza e le dà senso), è tramontata di converso l’ipotesi di un’immortalità delle opere (cioè di quanto intendiamo lasciare al futuro) – come evidenzia, fra l’altro, la politica culturale che proprio a Berlusconi fa capo. Ci resta solo, dunque, la pratica di un’indeterminata medicalizzazione dell’esistenza. E infatti, mai come in questo momento, la pratica politica e il progetto individuale di Berlusconi coincidono. L’immortalità, relativa, è solo quella che possiamo acquistare: e in questo campo, certo, lui non conosce rivali.
Ma la nostra immagine rivela di noi, sempre, più di quanto ci studiamo di farle dire. L’ultima fotografia del libro, realizzata l’anno scorso da Alex Majoli, sembra mostrarci un Berlusconi «letterale». Che finalmente somiglia, cioè, a quanto – persino in lui – è reale: «È fermo davanti a una tenda bianca, le mani dietro la schiena, il volto girato verso di noi. Non sorride, e gli occhi appaiono lontani, spenti. I due pesanti tendaggi giallo oro sui lati, tenuti da due cordoni, suggeriscono una messa in scena quasi lugubre». Solo qui il corpo del capo mostra la propria umana fragilità (come Robert Guédiguian, qualche anno fa, ci mostrò quello di François Mitterrand, in visita ai sepolcri reali di Saint-Denis, nel film Le passeggiate al campo di Marte). Ineluttabilmente «il Menzogna» – come lo chiamò nei suoi ultimi versi Giovanni Raboni – si avvicina a quanto per tutta la vita ha fuggito e negato: la verità. La sua e quella di tutti: cioè «l’insondabile intimità con la morte». Perché prima o poi, conclude Belpoliti, «il tempo della verità di sé arriva per tutti, governati e governanti, umili e potenti, gregari e capi».
[L'articolo è apparso su Il Riformista del 22. 2. 2009 e sul sito letterario di Nazione Indiana]
Dove finisce la poesia…
La notizia è fresca fresca e, manco a dirlo, viene dal Giappone, una fucina inesauribile di idee… soprattutto quando si parla di cazzate inenarrabili.
Direttamente da Adnkronos, uno stralcio:
“Anche il Giappone si schiera dalla parte dell’ambiente. E lo fa con una singolare iniziativa: appendere ‘poesie da bagno’ in almeno 1.000 toilette pubbliche. La trovata arriva dal centro di ricerca ‘Japan Toilet Labo’, un organismo creato da esperti accademici e designer, che spera di ridurre così lo spreco della carta nei servizi igenici pubblici e commerciali.
Si stima che in media un giapponese utilizza 55 rotoli di carta igienica all’anno. Inoltre, l’associazione della carta industriale giapponese afferma che l’incremento del numero dei bagni pubblici ha causato un aumento delle spedizioni di carta igienica del 14% nell’ultimo decennio.
Sono già tre le ‘poesie da bagno’ che, stampate su fogli adesivi in formato A4, sono pronte per essere ben posizionata all’altezza degli occhi di chi sta sulla tavoletta. Una di queste recita “Ama la toilette”, mentre in un altra si legge: “Quella carta ti conoscerà solo per un momento” e “Piegare la carta più e più e più e più volte’.
La campagna partirà a metà febbraio, ma lo scorso dicembre è stata sperimentata a Tokyo con il risultato di aver ridotto del 10-20% l’utilizzo di carta igienica per ogni ’sessione’ privata.”
Semplicemente GROTTESCO…

Photo by AndreaLeonardi
Letti per voi – “I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina
Sarà che comincio ad avere un rapporto un po’ speciale con la Marcos y Marcos, sarà che comprendo sempre meglio la politica di questa Casa Editrice e l’oculata scelta dei suoi autori… sarà… ma quest’ultima fatica letteraria del simpatico Cristiano Cavina (quello di “Alla Grande” vincitore del Premio Tondelli nel 2006, o di “Nel Paese del Tolintesàc” per capirci meglio) è una piccola perla di dolce e, allo stesso tempo, malinconico romanticismo.
Una di quelle storie, insomma, che sanno dove andare a parare, che non perdono l’orientamento tra le pagine, che attraccano senza esitazioni nel porto della nostra memoria. E li sostano. Per fare festa.

Se vi ho incuriosito e volete saperne di più… clikkate qui.

