Gassid Mohammed: quando la poesia si fa impegno civile

Torna la rubrica più famosa de “Il Divano Muccato”, ovvero quella dedicata alle interviste con gli scrittori.
La sua formula non cambia: nessuna domanda diretta, soltanto dieci parole attorno alle quali l’autore potrà raccontarsi liberamente.

“[…] Qualcuno […] in un paese lontano/si fa saltare in aria./E io qui salto/ per non calpestare una formica […]”
Mi è capitato raramente di introdurre l’intervista ad un autore, partendo proprio da una sua citazione. Sarebbe però sciocco perdersi in tanti giri di parole, quando la vera essenza di chi ti sta davanti, la sintesi di tutta la sua umanità, può essere rappresentata così bene in pochi versi.
Gassid Mohammed è infatti una persona squisita nei modi di fare, sorride spesso ed è empatico con ogni suo interlocutore.
Nato nel 1981 a Babilonia (Iraq), è conosciuto come scrittore e traduttore sia in Italia che in patria (ha tradotto in arabo Salgari, Pavese e Baricco). Lo scorso anno, per L’Arcolaio di Gianfranco Fabbri, è stata data alle stampe la sua prima raccolta di poesie, dal titolo “La vita non è una fossa comune“, consegnandoci un’opera tanto matura, quanto assolutamente necessaria; necessaria perché capace di smarcarsi in maniera netta da un certo modo di intendere il verso oggi -spesso esibito, autocelebrativo e svuotato di significato- per rimettere al centro della poesia stessa la sua potente voce narrante.
Una voce che ha qualcosa da dire. E che vuole dirla con forza, per denunciare un odio dilagante dell’uomo contro se stesso, così come per risvegliarne la coscienza e l’amore verso l’altro.
Davvero apprezzabile, in questo senso, anche la campagna di sensibilizzazione che sta portando avanti in modo infaticabile a favore di Ashraf Fayad, artista di origini palestinesi  nato in Arabia Saudita e incarcerato ingiustamente per futili motivi (ricordiamo a tal proposito la raccolta di poesie “Le istruzioni sono all’interno“, dello stesso Fayad, tradotta da Gassid ed edita con intenti di sostegno alla causa da Terra d’ulivi Edizioni).
A chi ha letto qualcosa di Gassid, non può sfuggire la sua capacità di essere simile ad un abile schermitore, in grado di usare con sapienza sia la spada che il fioretto, arrivando ora allo stomaco con la violenza di un pugno, ora sulla guancia con la delicatezza di una carezza.
Tutto questo, attingendo dalla tradizione araba con il suo magnifico complesso figurale offerto dal Corano, ma anche dalla lingua italiana, di cui l’autore ne è un profondo conoscitore.
Non perdiamo però altro tempo e andiamo a sentire cos’ha da raccontarci.

Allora Gassid, se ti dicessi…

1. Eufrate
Non è un fiume qualunque, e qui non mi riferisco alla sua storia universale. Era il mio fiume, quello in cui ho imparato a nuotare. È una specie di filo che lega tutta la mia storia e che si intreccia con le storie di tutte le persone che erano intorno a me. La sua acqua è dolce. Eufrate, in arabo “Furat”, significa acqua dolce. Ho sempre bevuto dal fiume direttamente. Il 60% del mio corpo è stato costituito da questo fiume (in quanto il 60% del corpo umano è costituito d’acqua). Successivamente ho cominciato a guardare questo fiume anche tramite gli occhi degli altri (gli italiani in Italia). Così, da allora, lo vedo pure come un fiume di miti e di leggende. Tuttavia, questo scrigno di storie e miti universali è rimasto il mio scrigno personale, in cui scorre la mia storia e anche quella del mio popolo.

2. Bologna
“Bologna/Babilonia”. Sembra quasi un gioco di parole, eppure in questo gioco c’è il mio destino. Babilonia è la mia città, in cui sono nato e cresciuto, mentre Bologna è quella in cui ho maturato il mio animo e la mia mente. Bologna è la mia seconda città, la mia seconda casa. È molto presente nella mia raccolta di poesia e anche nei miei racconti. Ultimamente ho maturato un’idea diversa sul concetto di patria: è un luogo in cui costruisci ricordi e li appendi sui suoi muri, in cui intrecci rapporti sociali. Sei intriso della sua aria, la sua acqua, le sue immagini, il suo rumore e il suo silenzio. Tutto in esso diventa familiare per te, e allora non è più esilio. L’esilio è trovarsi in un posto non familiare. Per questo considero Bologna una seconda casa, una seconda patria.

3. Università
Non è un semplice spazio di lavoro. È uno spazio di incontri e di scambi. Incontro i colleghi docenti, ci arricchiamo a vicenda. Ma incontro soprattutto i miei studenti/ amici. Il nostro legame non è un semplice legame tra studente e docente, ma è un legame più profondo. Non sono un numero di matricola o un numero in aula, conosco i nomi di tutti, creo un rapporto umano con loro. Esploriamo la lingua e i testi insieme, non solo a livello linguistico (in quanto sono docente di lingua araba) ma anche a livello personale e culturale. L’università è uno spazio/fonte di ricchezza umana, culturale e intellettuale.

4. Fossa comune
Ho visto vere e proprie fosse comuni, ci ho lavorato con le mie mani, raccogliendo ossa e scheletri. È un’esperienza che non auguro a nessuno. Seppur parlo tanto di morte, nel mio libro, l’intenzione è quella di cercare la vita, di capirla. “La vita non è una fossa comune” è una negazione alla morte. Questo libro è un viaggio, è il mio viaggio. Inizia con testi sull’Iraq, su ciò che ha subìto e sofferto questo paese. Poi c’è il passaggio in Italia, la migrazione e la vita in un altro paese, con tutto quello che c’è stato di bello e di poco bello. Infine ci sono testi di riflessione, come se dopo tutto quel viaggiare abbia maturato certe idee e pensieri. Non vorrei dilungarmi sul libro, lo lascio scoprire ai lettori.

5. Silenzio
In una poesia dicevo: “Il silenzio è l’ombra dei morti”. In questa frase non intendevo legare il silenzio alla morte, bensì, alla vita. I morti non se ne vanno dalla vita, almeno non per i vivi. Può essere un ponte tra i vivi e i morti. il silenzio è uno spazio di riflessione che ci porta in territori lontani, con l’aiuto dell’immaginazione. È uno spazio di pace e di contemplazione. Ma può essere anche uno spazio in cui girano fantasmi. Insomma, è uno spazio personale che ognuno impiega a sua totale libertà.

6. Ashraf
Ashraf Fayad è un poeta palestinese, condannato prima a morte e poi a otto anni e ottocento “frustate”, in Arabia Saudita. Come molti altri in Italia e nel mondo, anch’io ho cercato di sostenere il suo caso, traducendo le sue poesie e scrivendo e parlando di lui dappertutto. Ashraf e il suo caso sono un esempio dell’ingiustizia nel mondo, soprattutto in alcuni paesi privi di diritto alla parola. Ma è anche un esempio dell’importanza della parola, della poesia e dell’arte. Il suo caso ci fa capire quanto siamo fortunati, perché possiamo usare liberamente la parola, ma ci fa capire anche quanta responsabilità abbiamo nell’usare la parola.

7. Sognare
E’ una parola da cui derivano molte altre: sogno, sognatore, sognato ecc. Immagino questa parola come il vento che gonfia le vele, e dirige le nostre navi. È il motivo che ci spinge ad andare avanti nella vita. Tutto quello che facciamo è per realizzare i sogni, piccoli  o grandi che siano. Il giorno in cui smettiamo di sognare, smettiamo anche di vivere.

8. Traduzioni
Tradurre è il modo migliore per capire un testo. Leggo il detto “Tradurre tradire”, ma da un punto di vista diverso dal solito e abituale senso della frase: la parola “tradire” significa venir meno alla fiducia, ma significa anche rivelare o manifestare (ad es. “il suo sguardo tradisce la sua tristezza”). Con il secondo significato, personalmente, intendo “tradurre tradire”. È questo atto di rivelare qualcosa di incomprensibile agli altri, e renderlo comprensibile. Tradurre è anche un’immensa fonte di ricchezza culturale. Si va a fondo del testo, delle singole parole. Spesso si scoprono cose mai conosciute prima, cose che magari leggendo ci passi sopra, senza approfondirle. L’attività della traduzione, a mio avviso, non è un semplice ponte tra le culture, come si suol dire sempre, ma è la base sulla quale si sono sviluppate le culture. Senza la traduzione non ci sarebbe stato il cammino culturale e umano.

9. Minigolf
E’ una parola, per me e per alcuni amici, carica di ricordi. Eravamo a Sirmione, in un bellissimo evento organizzato dal “Movimento dal Sottosuolo”. Una località magica in cui abbiamo fatto letture tutta la giornata, poi l’indomani, sul Lago di Garda, abbiamo ripreso verso le 6 del mattino, di fronte all’alba. Ho conosciuto persone splendide, poeti e scrittori con cui ho ancora legami di amicizia e di collaborazione culturale. Un’esperienza unica, da rifare. Alla fine di quella giornata di poesia, musica e cibo, abbiamo fatto anche una gara di minigolf (minigolf poetico): paradossalmente l’ho vinta io, il meno esperto, anzi, non avevo mai giocato prima a quel gioco. Probabilmente è stata la fortuna del principiante.

10. Motto
Il passato è un luogo irraggiungibile, il futuro è un miraggio che potresti raggiungere o no. L’unica vera realtà è l’adesso!

Un paio di poesie tratte da “La vita non è una fossa comune” (Ed. L’Arcolaio, 2017):

(Senza titolo)

Come un semaforo rosso oggi,
è la carnagione scura;
da lontano salta all’occhio
e non sono abbronzato, no:
questo si sa.

I miri tratti mediorientali non ingannano
e non ho bisogno di turbante, di copricapo
o di mezzaluna sulla testa,
per essere riconosciuto “arabo/musulmano”.

Qualcuno con un complesso che non so spiegare,
con una fede che non riesco a comprendere,
in un paese lontano
si fa saltare in aria.

E io qui salto
per non calpestare una formica;
eppure cammino come la madonna in processione
tutti gli sguardi a me rivolti
e io sorrido,
perché il sorriso dona pace e fiducia
non tutti però accolgono il dono
“Solo l’avaro rifiuta il dono”
da noi si dice.

Come un semaforo rosso è la mia carnagione,
allora fermati, oh passante e sorridi.

Rifletti

Rifletti
sulla nascita della terra nel grembo del tempo,
il suo invecchiare e diventare madre di tutti;
grembo che ci raccoglie quando ci stanca il cammino;

sull’uomo che il suo nascere è l’inizio della sua fine
e la sua fine è l’inizio di un inizio;

sui mari che erano gocce nelle mani del Signore,
scivolarono mentre era distratto
e riempirono il ventre della terra.

Rifletti sulla sabbia del deserto venuta con il vento
da non si sa quale mistero,
sulle sue dune e il loro silenzio;
preghiere nel tempio del tempo.

Rifletti
sulla pioggia che cade goccia dopo goccia,
il suo finire nella coscienza della terra
e la pioggia che non cade;
quella che rimane vapore nella coscienza del cielo.
La neve che traveste la terra da sposa;
i prati, i boschi e le montagne
e il suo sciogliersi in fonti di vita
a scorrere fiumi per le terre ignote.

Rifletti
sulle foglie verdi di primavera, e il loro ingiallire
quando si affaccia novembre
e il loro cadere, una ad una,
diventare pasti ai passi frettolosi dei passanti.
I fiori prima di sbocciare, e dopo sbocciati
i loro petali, braccia aperte al mondo,
il loro seccare e cadere, petalo dopo l’altro,
nella bocca della terra.
Il vento tiepido d’estate
che accarezza con il sole
i corpi nudi sulla sabbia di un mare,
il suo furore invernale e il suo flagello
sulle schiene dei vagabondi nelle strade deserte.

Rifletti
sui bianchi nei nella faccia nera del cielo,
che spariscono col risveglio del primo raggio di sole,
sulla luna, pastore degli amati,
che nasce e muore nel cuore della notte,
sul sole, che accende gli occhi di luce,
e sul suo tramonto, che segna il confine
tra sogno e realtà;
sul vocio della gente che scandisce la giornata
e sul silenzio che cala quando si incendia il buio.

Rifletti su tutto cioò
prima di dire
“io”.

Bio-bibliografia

Gassid Mohammed è uno scrittore, poeta e traduttore iracheno. Nasce a Babilonia, dopo la laurea quadriennale a Baghdad continua gli studi a Bologna. Nel 2011 conclude la magistrale in Italianistica, per poi conseguire il dottorato nel 2015. Svolge le sue attività letterarie e culturali a Bologna e in altre città italiane, facendo parte di diversi gruppi e collaborando con varie riviste italiane e arabe.

Attualmente vive a Bologna ed è docente di lingua araba all’Università di Bologna e all’Università di Macerata. I suoi testi sono apparsi su diverse riviste cartacee e online, e in diverse antologie.

Ha pubblicato con L’Arcolaio la sua prima raccolta di poesie “La vita non è una fossa comune” (L’Arcolaio 2017).

Tra le sue traduzioni: dall’italiano all’arabo ha tradotto: Il corsaro nero di Emilio Salgari (Al Mutawassit 2016), La bella estate di Cesare Pavese (Al Mutawassit 2017), City di Alessandro Baricco(Al Mutawassit), Senilità di Italo Svevo (Waraq 2017).

Dall’arabo all’italiano ha tradotto: Le istruzione sono all’interno di Ashraf Fayad (Terra D’Ulivi 2016), Una barca per Lesbo di Nouri al Jarrah (l’Arcolaio 2018), Marsa Fatima di Haji Jabir (in corso di pubblicazione).

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