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Sulla questione della colpa

È il 1961, quando il Mossad (i servizi segreti israeliani) riescono a scovare in Argentina Adolf Eichmann, ricercato per essere uno dei funzionari maggiormente responsabili a livello operativo dello sterminio ebraico.
Eichmann viene condotto a Gerusalemme e lì processato per crimini contro l’umanità, dopo anni di militanza nel regime nazista e dopo aver condotto alla morte migliaia di ebrei, quale responsabile del trasporto ferroviario dei prigionieri nei campi di concentramento.
Per la prima volta, dopo sedici anni di silenzio, l’Europa ed il resto del mondo possono gettare uno sguardo all’interno del lager, scoprendo cosa effettivamente succedeva alle persone che vi erano rinchiuse.
Grazie alla filosofa Hannah Arendt, che partecipa al processo in qualità di inviata per il New Yorker e che sulla base di quell’evento scrive il suo famosissimo libro “La banalità del male“, ci si inizia ad interrogare sull’ordinaria mostruosità dell’uomo e fino a che punto la coscienza venga messa da parte, per lasciare il posto alla colpa.

E proprio sulla tematica delle colpa, ricordiamo un’altro grande protagonista della filosofia moderna: Karl Jaspers, professore universitario tedesco che, dal 1937 al 1945, si vede costretto a riparare in Svizzera da esiliato, avendo sposato una donna di origine ebraica.
Jaspers traccia nel suo celebre “La questione delle colpa” l’identikit di un popolo tedesco che, dopo il secondo conflitto mondiale, esce psicologicamente stremato dall’esperienza bellica. Nessuno ha più voglia di discutere e di dare ascolto agli altri, nessuno vuole più sentir parlare di sofferenze e di passato.

Tutti hanno un solo desiderio: uscire finalmente dall’estrema miseria, di vivere senza preoccupazioni e di non riflettere.
Secondo il filosofo, di fronte all’atteggiamento tenuto dalla cittadinanza tedesca nei confronti del nazismo, si possono così identificare quattro concetti differenti di colpa, ognuno con le proprie peculiarità.
Vediamole nel dettaglio.

Colpa giuridica
Si riferisce a quelle azioni che trasgrediscono la legge e che possono essere provate oggettivamente. L’istanza è il tribunale, il quale stabilisce precisamente gli stati di fatto e vi applica le leggi. La sua conseguenza è la punizione.

Colpa politica
Si riferisce alle azioni degli uomini di Stato e coinvolge quanti appartengono a quello Stato, perché ciascuno porta una parte di responsabilità riguardo al modo in cui viene governato.
Per quanto concerne i delitti che sono stati commessi in nome del Reich tedesco, ogni cittadino viene reso corresponsabile. Se ne risponde collettivamente. Rimane da vedere in che senso ciascuno di loro si senta corresponsabile, perché non significa necessariamente che ciascuno sia colpevole anche nel senso morale di aver preso parte, o nei fatti o intellettualmente, a quei delitti.
L’istanza è la forza e la volontà del vincitore nella politica interna come nella politica estera. La conseguenza è una riparazione e una perdita ulteriore, oppure una limitazione della potenza politica e dei diritti politici.

Colpa morale
È individuale, della propria coscienza, per ogni azioni che si compie come singolo (anche quelle di ordine politico e militare). I delitti, quindi, rimangono sempre delitti anche quando vengono ordinati (sebbene possano valere circostanze attenuanti, in base al livello di coercizione).
La colpa morale sussiste per tutti coloro che danno spazio alla coscienza e al pentimento. Sono colpevoli in tal senso coloro che sono capaci di espiazione, coloro che pur sapendolo, o pur in condizioni di poterlo sapere, hanno intrapreso una via che essi, nel loro auto-esame, vedevano condurre all’errore colposo. Sia che questo avvenga per semplice seduzione, per trarre vantaggi personali o che si obbedisse per paura.
Su quest’ultimo punto, dobbiamo ricordare che molti vissero sotto il regime nazista indossando una maschera che li portava a dichiarare lealtà sotto minaccia della Gestapo, che faceva fare loro gesti come il saluto hitleriano e a partecipare a riunioni di partito. Un camuffamento, questo, che pesava indubbiamente sulla coscienza di ogni tedesco intimamente contrario al nazismo.
Per contro, c’era chi liquidava il proprio comportamento con la frase “si tratta di un ordine”, ovvero un modo per scaricare la coscienza con un’alzata di spalle. Una condotta di tal genere, pienamente colpevole dal punto di vista morale, si trasformò in una tendenza a ubbidire ciecamente, tendenza del tutto impulsiva, per cui ciascuno si sentiva in pace con la propria coscienza, mentre di fatto aveva abolito ogni coscienza.
Per paura si è lasciato che l’ingiustizia vincesse, senza opposizione, rimanendo ciechi di fronte alla sventura degli altri e mancando di immaginazione nel non sentirsi colpiti nel cuore da quelle sofferenze che si avevano davanti agli occhi.
L’istanza è qui la propria coscienza e la comunicazione con gli amici e le persone più care, con coloro che ci amano e si interessano della nostra anima.

Colpa metafisica
Investe qualsiasi uomo tollerante verso ingiustizie e malvagità che possono essere inflitte a un proprio simile e non fa nulla per impedirlo. Questa colpa ha per oggetto l’infrazione della principio della solidarietà tra gli uomini (“il dolore dell’altro è il mio dolore”), offesa la quale viene messa a rischio quella base di appartenenza al genere umano che poggia sul riconoscimento di se stessi nell’altro.
Quando un’individuo non fa tutto il possibile per impedire un delitto, diventa anche lui colpevole, in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico o morale. Il fatto che questo impulso non agisca nella solidarietà di tutti gli uomini, ma rimanga solamente circoscritto a quei legami umani più intimi, costituisce la colpa di tutti noi.
L’istanza è solamente Dio e la conseguenza di questa colpa è la trasformazione dell’autocoscienza umana innanzi a Lui.
Questa matrice sentimentale che consente agli uomini di riconoscersi come appartenenti allo stesso genere, collima con il pensiero di Kant quando afferma: “L’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo”. Nessuna norma giuridica, infatti, così come nessun accordo politico, nessuna legge morale sono in grado di trovare un minimo di fondazione e un residuo di plausibilità se l’uomo tratta il proprio simile non come uomo, ma come cosa.”
Il nazismo, invece, ha significato proprio questo: la riduzione dell’uomo a cosa.
Questa è la colpa metafisica. Una colpa da cui non è possibile riscattarsi, perché ciò che il nazismo ha inaugurato, l’oggettivazione dell’uomo, è la forma che l’umanità ha via via assunto sotto il regime della tecnica che proprio nell’organizzazione nazista ha trovato il suo primo abbozzo.

Il fattore “discrepanze”
Se nella sua versione politica il totalitarismo ha poche possibilità di ripresentarsi, almeno in Europa, la sua versione tecnica si è già largamente ripresentata nel presente, così come sarà protagonista nel prossimo futuro.

L’essenza del mostruoso si annida infatti nella discrepanza, come dice Günther Anders (filosofo tedesco, primo marito di Hannah Arendt, autore del libro “Noi, figli di Eichmann“), che, allora come ora, esiste tra la mansione che un individuo compie all’interno di un apparato e l’impossibilità per lui di percepire le conseguenze del proprio contributo alla fine della “catena”.

L’operatore, sia esso un lavoratore, un impiegato, un funzionario, un dirigente, non ha più niente a che fare con il prodotto finale, anzi gli è tecnicamente impedito, per la parcellizzazione dei processi lavorativi, di intendere realmente l’esito ultimo a cui porterà la sua azione.
Il singolo individuo è responsabile solo della modalità del suo lavoro, non della sua finalità.
Ecco quindi spiegata la mostruosità che l’apparato nazista ha inaugurato, e che poi è divenuto il paradigma di ogni produzione aziendale: la discrepanza tra la nostra capacità di produzione, che è illimitata, e la nostra capacità di immaginazione, che è limitata per natura e comunque tale da non consentirci di considerare “nostri” gli effetti inarrestabili provocati dal progresso tecnico.
Il “troppo grande“, inoltre, ci lascia freddi perché il nostro meccanismo di reazione si arresta appena superata una certa soglia di grandezza. È questo il motivo se, da perfetti analfabeti emotivi, assistiamo oggi a milioni di trucidati nelle guerre locali sparse per il mondo.
Il richiamo al tratto metafisico e non storico della colpa è essenziale per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò che lo ha reso possibile, e precisamente quell’indifferenza di fronte al mostruoso che nasce dalla discrepanza tra ciò che possiamo produrre con la tecnica e ciò di cui possiamo sentirci responsabili ogni volta che “irresponsabilmente” lavoriamo in un apparato che ci esonera dal farci carico degli scopi finali per cui l’apparato stesso è stato costruito.

Attenuanti
A parziale discolpa della condotta del popolo tedesco, Karl Jaspers ci ricorda -a onor del vero- anche tre motivi per i quali un regime totalitario come il nazismo abbia potuto attecchire, senza grandi difficoltà in Germania.

  1. Il terrorismo: il Paese sotto il regime nazista era un ergastolo. La colpa di precipitare in questo ergastolo è una colpa politica. Ma una volta che le porte dell’ergastolo sono state sbarrate, non è più possibile infrangerle dal di dentro.
    Chiamare gli internati dell’ergastolo a rispondere delle malefatte dei loro guardiani è cosa evidentemente ingiusta. Non è infatti possibile compiere delle azioni in grande stile senza organizzarsi sotto la guida di capi. Pretendere dalla popolazione civile di uno Stato di rivoltarsi anche contro uno Stato terroristico significa chiedere l’impossibile.
  2. Le condizioni geografiche: la Germania ha confini aperti su tutti i lati. Se voleva mantenersi come Stato doveva essere in ogni momento militarmente forte. Come conseguenza di questo, la popolazione tedesca ha sempre avuto un certo spirito di sottomissione, di servilismo, di scarsa coscienza della libertà e dello spirito democratico, ma altresì ha ridotto ogni forma statale a un fenomeno necessariamente provvisorio.
  3. La colpa degli altri: L’Inghilterra, la Francia e l’America furono le potenze vincitrici del 1918. Il corso della storia del mondo era nelle loro mani e non in quelle dei vinti. Il vincitore accetta quelle responsabilità che egli solamente ha, oppure se ne tira fuori (con una conseguente colpa storica). Se il vincitore si limita solo a fare delle accuse scritte (vedi il Trattato di Versailles), vuol dire che si è sottratto al suo impegno.
    Questo non libera la Germania da alcuna delle sue colpe, ma sicuramente l’atteggiamento passivo degli Stati vincitori del primo conflitto mondiale contribuì a far scivolare lo Stato tedesco in quella situazione finanziaria e politica che produsse il nazionalsocialismo. L’aggressione della Manciuria da parte del Giappone e la campagna di Abissinia del ’35 voluta da Mussolini, ad esempio, furono inspiegabilmente tollerate dalla Società delle Nazioni.
    Certamente la colpa di quello che è successo in Germania è da attribuire ai tedeschi, però questi potevano dire a loro discapito, di essere stati vittima di una combinazione di violazioni del diritto camuffate e di veri e propri atti di forza. I tedeschi speravano che, all’interno di un ordinamento europeo, non sarebbero stati permessi simili delitti di Stato (vedasi l’occupazione della Renania nel ’36, dove la Francia tollerò, e i patti di non belligeranza con Inghilterra e Russia).

Conclusioni
Stabilire il grado di colpa che abbia avuto ogni singolo cittadino tedesco nei confronti della storia non è compito semplice.
Certamente imprescindibile è il ruolo dell’obbedienza all’autorità, un aspetto che molte volte è stato determinante nella condotta criminosa o semplicemente nell’indifferenza mostrata dalla cittadinanza, al cospetto della deriva nazista.
Stare in casa e non fare parola con nessuno di ciò che accadeva o condannare a morte migliaia di persone sono due atteggiamenti diversi, ma figli della stessa colpa.
Se per i cittadini potevano valere le attenuanti del terrore e della coercizione, nei soldati e nei medici prestati alla causa hitleriana la loro posizione è più chiara: nel momento in cui abbracciano le idee del regime, sono convinti della propria scelta, salvo poi capire (troppo tardi e non in tutti i casi) che si stava passando il segno.
Così, al termine della guerra, trovandosi sotto la luce dei riflettori e con un capo d’accusa sulla testa, questi finiscono per reagire allo stesso modo: accusano il “sistema”, in un palleggiamento di responsabilità.
Con le frasi “ho fatto soltanto il mio dovere” oppure “ho eseguito un ordine e basta”, ripetute alla noia dagli imputati durante il processo di Norimberga, si è così proceduto non soltanto a mettere da parte la propria coscienza, ma ad abolirla in toto.
Sarebbe tuttavia errato considerarlo un alibi di circostanza. Scaricare, infatti, la responsabilità verso la direzione da cui è arrivato un comando è un meccanismo mentale piuttosto ricorrente in moltissimi individui collocati in posizione subordinata, all’interno di una struttura di potere. La sparizione di ogni senso di responsabilità è l’estrema conseguenza della sottomissione all’autorità.
Lasciar uccidere o uccidere per “procura” rende insomma più leggeri.
Sembra assurdo da scrivere, ma è esattamente ciò che è avvenuto in quegli anni.

Se volete saperne di più, i miei consigli di lettura sono:

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