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Recensione: “A la finèestra” di Pier Luigi Lanzoni

È come se tu fossi lì, dentro a quelle pagine, nella dimensione quotidiana del tempo e degli affetti, nella piena consapevolezza del mondo che ti circonda. Non senti il bisogno di nient’altro, se non di quel cuore aperto che la meraviglia ti chiede per cogliere con pienezza la propria epifania, quello stupore nascosto nelle cose semplici della vita: un gesto compiuto o sperato, un angolo della casa a cui si è particolarmente affezionati o l’incontro mirifico con la natura.

Sono queste le sensazioni che ti attraversano leggendo “A la finèestra” di Pier Luigi Lanzoni, la preziosa quanto ormai rara raccolta di poesie in dialetto cremonese, edita dalla Casa Editrice faentina Mobydick, nel lontano 2001.

La silloge, data alle stampe per volontà della famiglia e curata da Vittorio Cozzoli (sua anche la prefazione), accoglie tutta la produzione poetica dell’autore, scomparso prematuramente tre anni prima della sua uscita: una cinquantina di testi perlopiù inediti, unitamente a quelli già pubblicati privatamente nel ‘91, sotto il titolo “La ciàaf de’l tèemp” (La chiave del tempo).

Persona schiva e riservata, Lanzoni era quel tipo di scrittore che Marina Cvetaeva avrebbe definito senza indugio un “poeta di lago”, nonostante le proprie origini ed il legame atavico con il fiume Po. La sua poesia è, infatti, percorsa da una specie di forza controllata, capace di muoversi in maniera concentrica all’interno di uno spazio limitato, come un lago appunto, che poco si estende in senso orizzontale, per poi trovare la sua vera chiamata nella profondità, dimensione certamente più consona all’introspezione.

È d’altronde un viaggio dentro a se stesso, quello compiuto dall’autore, che proprio nella poesia trova l’interprete migliore per dare voce al suo vissuto.

“[…] che quando con le dita/ plasmo le parole/ di fiori, uccelli e creta/ come a Po/ osservando i gorghi/ la corrente/ tutta intera la festa dei luoghi/ -bucato steso-/ mi sembra di correre […]”

E come il poeta, corre sul rigo senza soluzione di continuità anche il suo rapportarsi quasi simbiotico con la natura. Così la siepe, l’orto e gli alberi divengono non soltanto elementi cari a Lanzoni, ma svolgono un ruolo preciso nei suoi confronti, un ruolo di protezione dal mondo esterno, perché simbolo di una presenza immanente e definita, anche quando il futuro sembra profeticamente incerto (ce lo dicono parole come “nebbia” o “foschia”, che spesso ritornano nei componimenti).

“Sono i rami, sì/ di quegli alberi/ che indicano la notte/ col fiato e il lucore della nebbia,/ la indicano come se fosse un buco. […]”

Ricorrente anche la figura della luna, con la quale l’autore non si lascia ad un colloquio secondo il topos letterario di lunga tradizione poetica, rimanendo comunque costantemente elemento presente e salvifico ogni volta si parli di notte e di buio, grazie al suo fascino e al suo ancestrale compito di guida.

“[…] Come quando levo gli occhiali/ che la cenere si spande/ e la polvere dei giorni macinati/ si appiccica/ e la luce della luna è così forte/ da togliere il fiato. […]”

Pure i varchi, sotto forma di porte o finestre, sono altri elementi che spesso ritornano fra le pagine del libro. Varchi capaci di delineare azioni o intendimenti, ma anche di simboleggiare un punto di osservazione privilegiato, indispensabile per nobilitare il verso scritto. Alla finestra, non a caso, è anche dedicato il titolo della raccolta stessa, restituendoci l’idea che questa possa essere interpretata come il luogo dell’attesa e della contemplazione, il ritaglio prospettico da cui tutta l’attenzione del poeta scaturisce per farsi parola, dove più vivo è il dialogo con la luce e con il cielo.

“[…] Parlano, appena aperte,/ le mie finestre l’aurora/ lasciati cimbali e campanelli/ a casa dell’uomo mattiniero […] Ah, se sapesse/ l’azzurro di quei viaggi! […]

Il verso è veloce, asciutto, quasi essenziale di primo acchito. Ma è quella di Lanzoni una poesia che necessita di attenta lettura, una poesia che richiede il giusto tempo e la giusta pazienza per cogliere non soltanto ciò che si palesa sulla superficie del rigo, bensì anche nel cuore di tutti gli strati sottostanti, quelli in cui ha trovato sedimento il vero significato del suo faber poetico.

“Quieti/ il granoturco e la roggia:/ il carro/ -ma quello-/ tutto a me./ A te che tendi l’orecchio/ l’accostarsi delle mani/ molto vicino/ alle stelle.”

Passando infine ad una breve analisi lessicale, notiamo nei componimenti un attaccamento dell’autore all’oralità quotidiana, ad un gergo “familiare-rustico” e “rionale-cittadino”, come lui stesso amava definire, che fanno del suo dialetto un linguaggio tanto peculiare quanto caratterizzante. L’armonia e le sonorità sono poi quelle tipiche cremonesi, con la vasta presenza di vocali lunghe a conferire alla lettura la tradizionale cadenza lenta, cantilenante.

“[…] Insibèen culegàat/ travèersi ‘me ‘n los/ campàane che sùna/ le roze e le ràze/ paròole che stona;/de le ròoze ‘l prufòm/ me ròba le gàze/ …e ghe sarès de ‘ndàa. […]”

Trad. “[…] Sebbene coricato/ attraverso in un lampo/ il suono delle campane/ le rose e i rovi/ lo stonare delle parole;/ delle rose il profumo/ le gazze mi portano via/ …e si dovrebbe andare. […]”

A la finèestra” si dimostra quindi essere una testimonianza preziosa di vita, nonché un’opera dal valore poetico assoluto, perché matura e straordinariamente convincente.

Fossero così tutti i libri di poesia, la poesia sarebbe il luogo più bello in cui perdersi.

Qualche testo tratto dalla raccolta:

La ciàaf de’l tèemp

Endaròo a cercàala
tà’me séet
in de le radìis de’l vèent
tà’me sentèer
figüràat in cùursa
o àarzen
ingubìit a’l sùul ferèent:

la ciàaf de’l tèemp
vurès tegnìila mé.

Trad.
La chiave del tempo – Andrò a cercarla/ come sete/ nelle radici del vento/ come sentiero/ da immaginasi correndo/ o argine/ inarcato al solleone:// la chiave del tempo/ vorrei conservarla io.

‘Ma fàa a vurìise bèen

Véen
de le vòolte
de la cuciàa la téesta
sö na sàla
e chèle vòolte
véen de vardàa drit
sèensa smiràa nièent.

Se té te séet
pròpia de là de’l nièent
mé n’òo mìia cùulpa
mé sùunti adrée
a insugnàame
‘ma fàa a vurìise bèen.

Trad.
Come si fa ad amarsi – A volte/ capita di chinare il capo/ su una spalla/ e quelle volte/ capita di guardare dritto/ senza vedere nulla.// Se tu ti trovi/ proprio di là del nulla/ io non ne ho colpa/ io sto/ sognando/ come si fa ad amarsi.

Ma té sèet bòon

Ma té sarèset bòon de dìi
perchè
tròp véert el ladìin
càamp e cusièensa
càt e sàles
fìint i papàaver
rùs e argèent
el perché de’l vèert escüür
e cun brìize de véent in màan
végner sö la löna nóoa
e ‘n nìigol maramàan?

Trad.
Ma tu lo sai – Ma tu lo sai/ ma tu lo sapresti dire il perché/ troppo verde del trifoglio/ campi e coscienza/ ma e salici/ papaveri finti/ rossi e argento/ il perché del verde scuro/ e con soffi di brezza in mano/ rannuvolata/ salir la luna nuova?

Le Mangiòostre

T’à pistàat asèe adòs i dé
e ‘l pióoer e le bügàade
ümida i t’à lasàat n’idéa
in d’l cantòon de j óc.
El söt de l’estàat
in d’i sùui mìia tròp nèt
‘l è restàat de ‘ste tèemp…

Che magòon vardàate
giràada indrée a rìder!

Ma pò te cùr ‘me rundanìne
sö i làber paròole adrée
e sèensa dàn tìiri drìt
a sgandufiàa mangiòostre
saùur e gòolte d’i to vìint àan.

Trad.
Le fragole – Ti hanno calpestato abbastanza/ i giorni/ e le piogge e i bucati/ umida t’han lasciato/ una traccia negli occhi./ Nei soli sporchi d’oggi/ s’è depositato il secco d’estate.// Che disperazione guardarti/ ridere/ voltata indietro!// Poi però ti corrono parole in fila/ come rondini sulle labbra/ e allora senza pericolo/ vado avanti/ a divorar le fragole/ guance e succo dei tuoi vent’anni.

Biografia
Pier Luigi Lanzoni (Malagnino 1943 – Milano 1998), dopo la laurea in Economia e Commercio, è stato Segretario del Consorzio di Bonifica Dugali di Cremona.
Cultore da sempre di dialetto cremonese e di tradizioni locali, ha iniziato a scrivere in lingua e in vernacolo all’età di diciotto anni. Dal 1980 è stato ininterrottamente Presidente del Gruppo Dialettale “El Zàch”, primario punto di incontro e di riferimento per i poeti dialettali cremonesi.
Numerose sue poesie in dialetto sono state pubblicate su antologie e riviste.
Significativa la sua presenza di giovane autore, a fianco di grandi del passato, nell’antologia Cento e un anno di poesia cremonese (1866-1967), curata dal prof. Mario Muner – edita nel 1969 per iniziativa del “Comitato promotore di studi e ricerche di dialettologia, storia e folklore cremonese”.
Nel 1991, Lanzoni si fa conoscere al pubblico con la raccolta in vernacolo “La ciàaf de’l tèemp” (La chiave del tempo), stampata dalla tipografia “La nuova rapida” di Cremona, con illustrazioni originali e copertina del pittore cremonese Graziano Bertoldi.

Il libro non si trova più in commercio, potete però chiederlo in prestito alle biblioteche o, al più, trovarlo usato in rete (Amazon).

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